La lavorazione della Canapa

“…Nella putrida acqua t’ immergi
che macera sfibra e scolora
la verde canapa
e le tue fresche membra;
sbatti sull’onda
i fasci pesanti, grondanti
immolata, sfinita
d’acqua di lezzo di fatica…”

La procedura di isolamento della fibra dalla pianta di Canapa

Il lavoro del contadino era solo all’inizio. Terminata la raccolta, si passava dalla fase di produzione a quella di lavorazione per isolare la fibra dalla pianta.

Le piante, dopo una prima breve fase di essicatura sul campo, venivano sbattute sul terreno per liberarle dai residui di fogliame. Questa operazione, detta sbattitura, si svolgeva nelle ore più calde della giornata, ed era impegnativa e faticosa, in quanto la canapa liberava grosse quantità di polline che procurava forte irritazione e continuo fastidio.

Seguiva l’impilatura: eliminate le foglie e lasciati gli steli al sole per 3-4 ore, i fasci venivano sollevati in verticale ed uniti tra loro a formare tante capanne di forma conica e del diametro di 2 – 3 metri, chiamate “pile”. Successivamente gli steli venivano pareggiati e riuniti in fasci da 16 piante, utilizzando steli di uguale lunghezza. Anche la tiratura era un lavoro di fatica, e danneggiava la pelle delle mali, dato che la canapa è una pianta molto dura al tatto.

Veniva quindi la fase della macerazione: i fasci venivano utilizzati per costruire grandi zattere che venivano affondate nei maceratoi, ponendovi sopra del fango o dei sassi. I fasci restavano immersi nell’acqua circa una settimana, a seconda delle condizioni atmosferiche. I maceratoi o masari erano presenti in tutti i comuni.
I più importanti a Megliadino San Vitale erano quelli che congiungevano Via Valli a Via Gioachin in località Lazzareto. Erano larghi circa una decina di metri e profondi da un metro e mezzo a due, delimitati da siepi o alberi. Ai lati erano meno profondi per favorire l’accesso ai lavoranti.

La canapa bagnata, raccolta dall’acqua ormai putrida, tra mosche e zanzare, veniva quindi posta ad essiccare aprendo le basi a formare un cono. Una volta essicata si eseguiva la stigliatura: la canapa veniva battuta con un bastone per separare la parte fibrosa da quella legnosa.

Infine la gramolatura consentiva di rimuovere gli ultimi residui legnosi, ottenendo una grossa matassa di fibra, pronta per la filatura.

La lavorazione della fibra di Canapa

Dopo essere stata pettinata da un artigiano specializzato (el petenaro), le donne procedevano alla filatura tramite la mulinela. Si otteneva così un filo mediante la torcitura delle fibre. Il filato così ottenuto veniva riunito in matasse utilizzando l’aspo (aspatura). Le matasse, dopo essere state lavate, erano riposte in un mastello e bollite con acqua e cenere di legno (lissia). Risciacquate, venivano stese ad asciugare e sbiancare.

Il filo di Canapa era così pronto per essere avvolto in un gomitolo (reve) per fare la maglia o per cucire, oppure su spola per l’orditura e tessitura a telaio.

Dalla tessitura al telaio si ricavavano lenzuola, tovaglie, asciuga­mani, fe­dere, stro­finacci da cucina e biancheria per uomo e donna. Per fare un lenzuolo era necessario unire i tre teli larghi 70 cm prodotti dal telaio, che venivano uniti a mano con utilizzando i gomitoli di reve.

Queste attività impegnavano le donne della famiglia, dalle bambine alle anziane, per tutta la stagione fredda. Si svolgevano da­vanti al fo­co­lare o nella stalla, dove il calore degli animali e dei vin­coli fami­liari rendeva più sopportabili i rigori dell’inverno.

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    Un luogo della memoria, per evitare di perdere preziose testimonianze di un mondo contadino ormai scomparso, legato alla coltivazione e lavorazione della Canapa.

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    35040 Megliadino San Vitale (PD)


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